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Cenni storici

Le origini

Dopo gli insediamenti etruschi, celtici e romani, attestati dai dati archeologici, dalla toponomastica e dalle tracce superstiti della centuriazione, per parlare di un vero e proprio distretto pubblico autonomo a Mirandola bisogna attendere i secoli XI-XII, quando il territorio figura organizzato attorno alla Corte e alla Pieve di Quarantoli. Possesso dei Canossa, che  l'avevano ottenuto in enfiteusi dal Monastero di Nonantola, il territorio in questione nel 1115 fu affidato dalla contessa Matilde al suo vassallo Ugo, figlio di quel Manfredo che viene considerato il capostipite del gruppo parentale detto appunto dei "Figli di Manfredo". I membri di questo ampio consorzio famigliare, distinti nei rami dei Pio, dei Pico, dei Papazzoni, dei Pedoca, dei Padella e dei Del Fante, facevano parte di quella piccola aristocrazia terriera di estrazione longobarda che si era venuta rafforzando attraverso il servizio armato alle potenti casate dell'area padana e poi ai Comuni. I Pico, infatti, prima di fissarsi definitivamente a Mirandola, luogo di massima concentrazione dei loro patrimoni fondiari, cercano fortuna esercitando la carica di Podestà a Reggio e a Modena. Nel 1154 Pico, nipote di Ugo e capostipite dei signori della Mirandola, è podestà a Reggio; nel 1188 suo figlio Manfredino è podestà a Modena. Ancora agli inizi del Trecento, Francesco Pico figura esercitare la carica di podestà a Modena: è anzi in questo modo che egli diventa potente e nel 1311, per i servizi da lui prestati nella guerra contro gli Estensi, l'Imperatore Enrico VII di Lussemburgo gli assegna in feudo le corti di Quarantoli e San Possidonio, escludendone gli altri rami del gruppo consortile.

Mirandola nel Trecento

Agli inizi del Trecento, Mirandola si presenta già come un castello ben fortificato, da cui il nome che significa appunto "piccola postazione di vedetta". Data la sua posizione al confine tra la corte di Quarantoli e la corte di San Possidonio, diventa ben presto la residenza della famiglia signorile e il capoluogo del territorio. Si dà mano allora a tutta una serie di operazioni tendenti a fornire alla signoria forza, autonomia e prestigio. Nel 1353 Paolo Pico ottiene dal vescovo di Reggio il feudo di San Martino Spino, mentre l'anno successivo Carlo IV di Boemia stacca il territorio dei Pico dalla soggezione a Reggio e lo dichiara immediatamente soggetto all'Impero. Nel 1386 si provvede a raccogliere le consuetudini e le leggi in un corpo unitario (gli Statuti), dando così organicità alla vita istituzionale, sociale ed economica della zona. Sempre nella seconda metà del Trecento sorge Concordia a controllo del confine mantovano e dei mulini natanti costruiti dai Pico sul Secchia. Nello stesso periodo, il giureconsulto carpigiano Ingrano Bratti scrive la cronaca della famiglia, assegnandole antiche quanto fantasiose ascendenze imperiali.

Mirandola nel Quattrocento

Nel corso del Quattrocento si assiste ad un forte sviluppo urbanistico e monumentale dell'antico borgo.
Già verso la fine del Trecento, per interessamento di Costanza Pico, viene eretta la chiesa di San Francesco, in sostituzione di quella piccola di fine Duecento. Nel 1432 si ha la fondazione dell'ospedale di S. Maria Bianca ad opera della Confraternita della Misericordia, detta anche dei Battuti. Fra il 1440 e il 1470 si dà mano al Duomo; nel 1460 viene fondato il monastero di S. Ludovico e nel 1467 i Pico ottengono da papa Paolo II l'istituzione della Collegiata; nel 1468 si inizia la costruzione del Palazzo del Comune. Nel 1485 viene istituito il Desco dei Poveri e nel 1495 il Monte di Pietà. E' questo il momento in cui a Mirandola e dintorni si diffonde il sistema della piantata, si assiste alla diffusione del contratto di soccida e si favorisce l'immigrazione di personale specializzato nell'allevamento, proveniente soprattutto dal bergamasco, al punto tale che da allora gli allevatori-casari verranno chiamati "bergamini". In due settore dell'allevamento si ebbe un notevole incremento: da un lato la produzione di lana di medio e basso costo che si diffuse in numerose piazze dell'Italia settentrionale; dall'altro, la selezione di cavalli di razza ad opera dei Pico e di altre famiglie notabili, che vendevano i singoli capi a prezzi molto alti.

Mirandola nel Cinquecento

Accanto allo sviluppo economico, urbanistico e monumentale si registra anche l'ascesa politica della famiglia, tant'è che nel 1432 Giovanni Pico ottiene dall'Imperatore Sigismondo di Lussemburgo il titolo di Conte della Concordia. Restavano però notevoli difficoltà per quanto riguardava la successione, nonostante alcuni diplomi imperiali avessero imposto quella per maggiorasco,  per cui, fra la fine del Quattrocento e tutta la prima metà del Cinquecento, tra i rami della famiglia si ebbero contrasti e liti. Ciò portò ai due celebri assedi che Mirandola dovette subire, prima nell'inverno 1510 e 1511 da parte delle truppe di papa Giulio II e poi tra il luglio 1551 e il maggio 1552 ad opera delle truppe di Giulio III. In questa fase Mirandola fu prevalentemente alleata della Francia, ciò che accrebbe ulteriormente la sua fama e le sue opportunità commerciali. Gli scontri militari di questo periodo furono anche all'origine della trasformazione dell'antico borgo a pianta quadrangolare nella nuova città fortezza a forma stellare: parallelamente l'antica fortezza dei Pico si andava ingrandendo, trasformandosi in una reggia, dove trovavano sede gli appartamenti del signore, i magazzini, le sale di rappresentanza, le quadrerie, i luoghi di devozione, gli appartamenti dei soldati: tutti all'interno di possenti mura e del grande fossato alimentato dal canale della Smirra, che prendeva l'acqua dal Secchia.

Mirandola tra Seicento e Ottocento

Nel 1597, ritornata all'obbedienza imperiale, Mirandola riceve il titolo di città e i Pico sono nominati principi della Mirandola e Marchesi della Concordia. Nel 1617 Alessandro I riesce a ottenere il titolo di Duca, raggiungendo così il massimo livello nella gerarchia delle cariche giurisdizionali: la chiesa del Gesù, costruita tra il 1621 e il 1689, rappresenta una evidente celebrazione di questa nuova dignità.
Nel corso di questo periodo, nonostante le guerre e le occupazioni, accanto ai settori tradizionali dell'agricoltura e dell'allevamento, si sviluppa una quotata arte della seta. Le continue operazioni belliche incisero comunque negativamente nella vita della Signoria, che conobbe traversie economiche, distruzioni, carestie e pesti: notissima quella del 1630 quando il territorio venne occupato dalle truppe imperiali guidate dal Collalto. A mettere in forse l'esistenza del Ducato, oltre alle reiterate crisi interne, contribuivano le mire degli Estensi, intenzionati ad eliminare dai loro territori ogni margine di autonomia. Si arrivò così al 1708 quando il Duca Francesco Maria, accusato di tradimento per essere stato costretto a consegnare Mirandola ai francesi, si vide privato del Ducato che, in qualità di feudo imperiale, venne incamerato dall'Imperatore Carlo VI di Asburgo. Messo all'asta, il 15 luglio 1710, nonostante le suppliche dei Mirandolesi, venne ceduto al Duca di Modena Rinaldo d'Este per la somma di 175.000 doppie d'oro.
Arbitrariamente, nella cessione venne incluso il feudo di San Martino, che apparteneva al vescovo di Reggio. Con l'avvento degli Estensi, comincia la lunga, inarrestabile decadenza del Ducato. Nel 1714 si ha lo scoppio del Torrione, fatto costruire nel 1499 da Giovan Francesco II, il cui crollo distrusse gran parte del castello e causò la dispersione dell'archivio di famiglia che in esso si conservava. Ma la decadenza fu determinata anche da una serie di altri fattori: la diaspora delle antiche famiglie, che rappresentavano il ceto dirigente dello stato pichense; il degrado dei palazzi, degli edifici pubblici e delle mura; il perdurare delle guerre di successione, che vedevano nella Mirandola sempre un buon punto d'appoggio per le loro manovre militari in Italia. Onde impedire il ritorno di istanze autonomistiche, gli Estensi si affrettarono ad affidare in feudo a famiglie non locali alcuni importanti parti del territorio: ai Tacoli viene assegnato il feudo di San Possidonio, ai Paolucci quello di San Giacomo Roncole, ai Menafoglio quello  di San Martino Spino. Un ulteriore indebolimento si ebbe quando gli Estensi ottennero l'istituzione della diocesi di Carpi (1779), cui Mirandola venne aggregata nel 1821. Nel corso di questo periodo, con il trionfo delle idee fisiocratiche, si assiste al tentativo di eliminare boschi, pascoli e paludi, in favore delle coltivazioni agricole, il che provoca non pochi scontenti e persino disordini nelle zone vallive, in particolare a San Martino Spino, dove il marchese Menafoglio nel 1778 deve reprimere con la violenza la rivolta degli abitanti. Tutto ciò non fece che aumentare l'astio e l'avversione dei mirandolesi nei confronti del governo estense, cosicché dopo l'Età napoleonica e la Restaurazione, Mirandola figura fortemente impegnata nei moti del 1820-21, del 1831 e del 1848, partecipando attivamente alla realizzazione dello Stato unitario e alle imprese di Garibaldi. Nel 1860 viene eretta a Comune della provincia di Modena con sede di sottoprefettura, anche se all'antico territorio dei Pico venivano sottratti Concordia e San Possidonio, divenuti anch'essi Comuni autonomi. Nel corso dell'Ottocento il territorio resta ancora caratterizzato in senso agricolo, ma la profonda crisi seguente all'Unità d'Italia porta ad un notevole impoverimento delle classi bracciantili e mezzadrili, favorendo lo sviluppo delle idee anarchiche sotto la guida di Celso Ceretti. Contemporaneamente ha inizio l'emigrazione di molti mirandolesi, in particolare verso il Brasile, l'Argentina e gli Stati Uniti. Per rispondere alle proteste delle classi lavoratrici, l'Amministrazione comunale dell'epoca decise di dare lavoro attraverso la distruzione delle mura cittadine, scempio che si protrasse dal 1878 al 1896, mentre la demolizione  della torre di piazza, unica superstite della cinta castellana, si ebbe nel 1888. Non mancarono tuttavia interventi di maggiore efficacia nel settore del credito e dei trasporti, nello sfruttamento delle risorse ambientali e nel potenziamento delle attività culturali. Istituita dal Comune tra il 1860 e il 1863, la Cassa di Risparmio di Mirandola cominciò ad operare nel 1864, mentre la Banca Popolare aprì nel 1887. Nel 1868 venne istituita la Commissione Municipale di Storia Patria e di Arti Belle della città e dell'antico ducato della Mirandola, che gettò le basi della ricerca storica locale per impulso soprattutto di Don Felice Ceretti. Nel 1877 usciva il primo numero de "L'Indicatore Mirandolese, periodico mensuale di storie patrie".
In seguito alle disposizioni della legge Casati, dopo il 1860 Mirandola si dota di nuove scuole infantili, elementari, tecniche e ginnasiali; allo stesso periodo risale la costituzione della Biblioteca Comunale, mentre l'istituzione del Liceo-Ginnasio G. Pico è del 1923, anno della Riforma Gentile.
Nel 1883 veniva inaugurata la linea ferroviaria Sassuolo-Modena-.Mirandola, cui successivamente si aggiunsero i tronconi che portavano a Cavezzo-Villafranca e a San Felice-Finale. Nel 1892 veniva costituito il Consorzio di Burana.

Mirandola nel Novecento

Nel 1900 sorgeva a Mirandola la prima Camera del Lavoro, simbolo dell'unità di tutti i lavoratori. Nel 1902 veniva inaugurata la stazione ferroviaria di Cividale. Nel 1905 si inaugurava il Teatro Sociale (ora Teatro Nuovo) che sostituiva il vecchio Teatro Greco-Corbelli, poi Carpeggiani. Nello stesso anno venivano inaugurate le nuove Scuole Elementari di Via Circonvallazione. Nel 1908 si ebbe l'inaugurazione del nuovo ospedale nella zona dove sorge tuttora. Nel 1927 si trasferiva a Mirandola da Concordia la carrozzeria Barbi, fondata nel 1905 a Fossa. Nel corso del '900 e soprattutto del secondo dopoguerra, l'economia mirandolese si differenzia notevolmente. Il calo degli addetti all'agricoltura è inarrestabile, determinando la scomparsa progressiva della piccola proprietà in favore di aziende più grandi, dove prosegue il modello produttivo che coniuga coltivazione e allevamento; ma nelle zone vallive si impongono sempre più le coltivazioni ortofrutticole, soprattutto barbabietole, piselli, pomodori, cocomeri e meloni. Ciò ha determinato la diffusione di importanti industrie agroalimentari (Zuccherificio, Mon Jardin-Covalpa, Aiproco) e lo sviluppo capillare di quelle metalmeccaniche, tra cui merita di essere ricordata la Fonderia Focherini, sorta nel 1935.

Mirandola oggi

La crescita più recente dell'economia mirandolese è stata accelerata dall'impianto nel territorio di stabilimenti operanti nel settore del biomedicale (emodialisi, autotrasfusione, rene artificiale, ecc.), la cui concentrazione ha fatto di Mirandola uno dei distretti economici più rappresentativi d'Italia. Parallelamente allo sviluppo economico si ha un forte sviluppo urbanistico, particolarmente verso Cividale e San Giacomo Roncole. Negli ultimi decenni Mirandola è diventata il più importante polo scolastico dopo quello del capoluogo, affiancando alle vecchie scuole locali istituti rispondenti alle nuove esigenze, mentre il Comune si è attrezzato di un attivo ufficio di formazione professionale. Parallelamente si è dato inizio al restauro di importanti monumenti: la Galleria del Popolo, la chiesa di San Francesco, il Liceo G. Pico, il Duomo, la chiesa del SS. Sacramento, la Cappelletta del Duca, il Barchessone di San Martino Spino, la Beata Vergine della Porta (La Madonnina) e la chiesa del Gesù, splendido esempio di chiesa barocca, le cui ancone lignee  rappresentano uno dei risultati più alti dell'artigianato locale. A buona ragione, quindi, nel 1996 Mirandola ha potuto richiedere e riottenere dal Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro il titolo di città.

 

A cura di:

Prof. Bruno Andreolli - Dipartimento di Paleografia e Medievistica, Università degli Studi di Bologna

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